Alfio e la sua poetica vita rivivono con Benedetti al Cosmonauta

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Lo spettacolo racconta della travagliata e poetica vita di Alfio Pannega ed è tratto dal suo libro edito per Ghaleb Editore.

"La musica fa parte della tradizione popolare del Lazio - spiega Benedetti - sono saltarelle accompagnate da organetto, tamburella e ciaramelle. Con lo spettacolo ci si propone di sviluppare soprattutto una discussione sull’ambiente, la salvaguardia del territorio e la valenza di antiche tradizioni culturali radicate nel nostro territorio. Inoltre è particolarmente indicato per le scuole perché permette di recuperare elementi di studio che non sono previsti nel normale programma come la poesia d’improvvisazione (ottava rima, terzine, quartine) o cose dimenticate che solo la tradizione orale permette di ricordare".

La serata sarà introdotta da Antonello Ricci, anche nelle vesti di consulente letterario, con l'assistenza artistica Michela Benedetti, la collaborazione della Casa Editrice Davide Ghaleb e il patrocinio del Sistema Museale di Ateneo.

"Chiede scusa per la bocca impastata, non ha più denti. Ma intanto sciorina come acqua fresca i versi di Ugolino che rode il cranio all’arcivescovo Ruggieri.
Reclama la perduta gioventù - ricorda Ricci - quando si sentiva addosso la forza di un leone. Ma sta narrando l’occupazione del Centro Sociale Autogestito... era il Novantatré... a quasi settant’anni!
Poi ti ammonisce: certo che morire si muore tutti... però... però... e leva alto il suo 'però campamo!', l’inno più dolce e indifeso alla bellezza della vita.

Si sente l’ultimo dei Mohicani, Alfio Pannega, mentre racconta di quando si sveglia... ogni mattina... accende la luce da capo al letto... guarda l’ora... 'le quattro'... e tu pensi che ora salta su, da un momento all’altro, col vigore di Chingachgook... e invece... sistema il cuscino, si volta di là... dorme fino alle otto...
Perle di saggezza popolare. Motti di spirito mordace. Disincanto. Umanità sincera.

L’abbiamo sorpreso intanto che versava nei barattoli il finocchio - conclude Antonello - raccolto a Castel d’Asso. Non ha saputo dirci no. É un sogno che culla dentro da troppo tempo: 'Se famo un libro io so’ contento, porca miseriaccia cane!'

Siede. Poggia il mento sul bastone. Socchiude gli occhi. A tratti sembra da un’altra parte. E invece. Quel suo sorriso affilato, sornione, trabocca di carisma. Ti chiama per nome. Racconta.
Uno scrigno. Tesori incalcolabili. Sotto i tuoi occhi sfilano storie, mestieri, cose, luoghi, saperi, parole di una Viterbo (di un mondo) che non c’è più. Lunghi quanto il secolo appena trascorso: il secolo breve. E travagliato".

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